L’edizione 1950 del Premio Nazionale di Allevamento si tiene nei giorni 7 e 8 novembre presso gli impianti del Galoppatoio di Villa Borghese a Roma. Trentatré cavalli di quattro anni – nati dunque nel 1946 – si sottopongono alle prove di valutazione: prima la misurazione, poi l’esame senza sella e quindi montati alle tre andature, infine mille metri di galoppo e un percorso di cinquecento metri con otto ostacoli di un metro come altezza massima. Il risultato finale è un vero e proprio trionfo dell’allevamento di Giuseppe Morese: il grigio Leandro risulta primo classificato, Lido è secondo, Levriere quinto, tutti presentati e montati da Nicola Petrone, il caporazza dell’allevamento Morese.
I tre cavalli di Giuseppe Morese sono figli di Ugolino da Siena, stallone purosangue dell’Istituto di Incremento Ippico di Santa Maria Capua Vetere. Nato nel 1932 da Ortello e Duet (Ortello è il padre anche di Grazzano, a sua volta padre del Pagoro grande vincitore sotto la sella di Salvatore Oppes), Ugolino da Siena – ennesima ‘creatura’ del grande Federico Tesio – a due anni affronta cinque corse con due vittorie, due volte il secondo posto e un quarto; nel 1935 tre successi su brevi distanze ma soprattutto la vittoria nella cinquantaduesima edizione del Derby, la più importante corsa del galoppo italiano.
Durante il Premio Allevamento di questo 1950 i cavalli di Giuseppe Morese alloggiano presso le scuderie della caserma di Castro Pretorio, proprio la struttura presso cui Carlo Costanzo d’Inzeo aveva prestato servizio prima della seconda guerra mondiale e prima di fondare nel 1934 la Scuola di Equitazione Foro Mussolini sui monti della Farnesina: e proprio in quella caserma d’Inzeo aveva insegnato i primi rudimenti in sella ai suoi due figli, allora bambini, Piero e Raimondo. Essendo Carlo Costanzo d’Inzeo a sua volta presente a questo Premio Allevamento, niente di più naturale per Giuseppe Morese che invitare sia lui sia Piero e Raimondo a dare un’occhiata più da vicino ai suoi cavalli: del resto d’Inzeo aveva già avuto modo di apprezzare durante le prove del Pna in particolare Leandro, infine vincitore.
Così il 10 novembre 1950 i tre d’Inzeo raggiungono Giuseppe Morese presso le scuderie della caserma di Castro Pretorio. Raimondo è sorpreso di ricevere quell’invito da parte di uno dei più prestigiosi allevatori italiani, quindi vi si presenta con una certa emozione. Piero dal canto suo è molto interessato all’idea di vedere quei cavalli, soprattutto perché né lui né il fratello avevano avuto modo di seguire il Pna: ma ne conoscevano il risultato, ovviamente, cosa che aumentava l’interesse e la curiosità nei confronti di quei tre puledri.
Piero d’Inzeo effettivamente è molto colpito dal grigio Leandro: lo prova in sella montandolo nel campo di lavoro della caserma rimanendone talmente entusiasta da proporne l’acquisto a Morese, poi effettivamente concluso. Raimondo invece ha occhi solo per Levriere: sente di essere attirato verso quel cavallo da qualcosa di particolare, da una sensazione forte… Interpreta segnali che potrebbero essere considerati banalissimi come invece qualcosa di molto significativo: si avvicina al cavallo e nota che Levriere lo guarda, come ovviamente farebbe qualunque cavallo in quella situazione ma per Raimondo quello è uno sguardo speciale. Mentre gli è vicino per accarezzargli l’incollatura Levriere muove la gamba anteriore sinistra e tocca la gamba destra di Raimondo: una pura casuale coincidenza di movimenti, ma per Raimondo è un segnale. Quando Raimondo mette una mano in tasca per poi porgere a Levriere uno degli zuccherini che aveva sempre con sé, il cavallo lo prende tra le labbra con immediata voracità: e quale cavallo non gradisce uno zuccherino… ma per Raimondo quello è il segno di una immediata intesa quasi esclusiva.
Raimondo chiede di poter montare Levriere: il cavallo viene sellato e Raimondo non ha bisogno che di dieci minuti per esserne certo: Levriere è il suo cavallo, Levriere è il cavallo dei suoi sogni, Levriere non può che essere suo. Raimondo pensa con infinita gratitudine a suo padre, a quel lontano giorno in cui Carlo Costanzo aveva aperto due libretti di risparmio a favore dei figli: sul suo adesso Raimondo aveva il denaro sufficiente per permettersi di acquistare quel cavallo, Levriere, il cavallo dei suoi sogni. Dal canto suo Giuseppe Morese è felice più che mai: «I miei cavalli non potevano scegliere una famiglia migliore della vostra», dice sorridendo e stringendo vigorosamente le mani dei tre d’Inzeo.
Raimondo torna in scuderia mentre gli altri rimangono fuori nel cortile della caserma chiacchierando al piacevole sole del novembre romano. Raimondo torna in scuderia e si dirige verso il box dove nel frattempo era stato ricondotto Levriere. Apre la porta ed entra: Levriere lo guarda con le orecchie ritte e le narici che si allargano per cogliere ogni minimo segnale. Raimondo e Levriere si guardano: poi Levriere lentamente abbassa la testa e allunga il collo protendendo il muso verso la mano di Raimondo, nella quale è già pronto il solito zuccherino. Levriere prende la zolletta tra le labbra, questa volta delicatamente, come sapendo che non c’è alcuna fretta e alcuna ansia perché quello zuccherino è suo e solo suo. Poi solleva di nuovo la testa guardando Raimondo con sguardo rilassato ma attento: Raimondo gli si avvicina ancor più, lo accarezza sull’incollatura dall’alto verso il basso, verso le spalle, e poi sul dorso e poi di nuovo sul collo e sulla ganascia e sulla fronte e poi sul naso morbido e vellutato. Raimondo accarezza Levriere, ed è questo il momento, proprio questo: il momento in cui Levriere smette di essere Levriere, per diventare il cavallo leggendario protagonista di mille trionfi. È questo il momento in cui Levriere diventa Merano.
Merano, sì: in omaggio a un amore vissuto da Raimondo nella città altoatesina molti anni prima… Raimondo d’Inzeo è un giovane uomo che vive di passioni forti e intense: come quella che istantaneamente prova per questo cavallo baio di quattro anni figlio di Ugolino da Siena e di Daila, una figlia del purosangue My First. Sembra il copione perfetto di un film perfetto: Merano cresce sotto la sella di Raimondo, Raimondo grazie a Merano esce dall’ombra del fratello Piero per affermarsi a tutti gli effetti come campione fenomenale. Raimondo e Merano insieme inanellano una serie di risultati sensazionali: medaglia d’argento nel Campionato del Mondo 1955, medaglia d’argento individuale e a squadre alle Olimpiadi di Stoccolma 1956, medaglia d’oro nel Campionato del Mondo 1956, vittorie a profusione in Coppa delle Nazioni e Gran Premio… Il binomio Raimondo/Merano diventa il simbolo del salto ostacoli azzurro nel mondo: cavaliere italiano, cavallo italiano, vittorie italiane ai massimi livelli internazionali, Roma, Aquisgrana, Parigi, Londra, Nizza, Ostenda….
Merano muore nell’ottobre del 1970 a Passo Corese, là dove aveva vissuto i suoi anni da pensionato insieme ad altri grandi cavalli protagonisti come lui – no, non ‘come’ lui: come lui in realtà nessuno… – dello sport azzurro. Raimondo d’Inzeo monterà tanti altri cavalli, otterrà tanti altri trionfi, renderà indimenticabili i nomi di tanti altri suoi compagni di gara. Ma nella sua vita e nel suo cuore Merano rimarrà unico e solo.























